“Il posto dei libri” – Settimana della cultura 2012
Il posto dei libri è il posto dei libri che si sono impigliati dentro… è il posto dei libri che scriverò.
Una specie di “posto delle fragole” il posto dei libri dell’infanzia, di lucchetti e diari quello invece dell’adolescenza.
Il posto dei libri; letteratura anticonformista che si ninna la sera, che s’inventa la notte, quando nel silenzio dell’uomo dormiente s’anima ciò che l’uomo medesimo chiama inanimato, perché nulla è impossibile alla nostra mente.
Il posto dei libri è l’hangar dei volatori da sempre.
E’ il posto dove flora, fauna e bimbi si riappropriano del loro linguaggio, la natura si riappropria di se stessa.
Il posto dei libri è quello delle pagine con le orecchie e qualche cuore scarabocchiato a penna e velo di polvere sul nylon delle copertine l’estate, dei libri che si studiano, dei libri che si usano, ma è anche il posto dei libri che prima o poi ritornano, che non mentono, che insegnano i libri, a leggerli e talvolta e soprattutto a desiderare d’averli scritti e a Dio piacendo a scriverli.
Il posto dei libri sono tutti i sensi in festa anche se conserti e immobili avvolti da poltrone, panchine o scogli.
Il posto dei libri è stiva di nave, ma anche ponte di comando dove si re-impara l’alfabeto e si “ginnastica” la mente nel motore di ricerca antico dei libroni tutti uguali rossi e spessi d’enciclopedie universali o dei vocabolari laddove la lingua s’inceppa o se straniera non la si conosce.
Il posto dei libri è l’occasione del viaggio per chi non può viaggiare si dice spesso, ma si trascura altrettanto che esso sia anche l’occasione della sosta per chi non sa fermarsi, per chi passa e non sa restare.
Il posto dei libri non ha contratti alcuni, non ha vetrine, non ha legami, non è mai uguale ad un altro; è il riscatto dei libri che nessuno vuole, sono tutti quanti i libri di un solo autore, il caro scrittore per il quale sovente un solo libro o una sola frase addirittura sono bastati alla nostra fiducia.
Sogno una specialissima libreria di scaffali aperti alla luce e ad una distesa di parete bianca, al crepitio del camino l’inverno a onorare i poeti dimenticati, gli studi fatti e i sacrifici di chi mi ha dato la possibilità di “farli” , i libri degli altri e chissà forse un giorno i miei libri.
Libri ancora di inchiostro e carta, al tatto, all’olfatto e agli occhi.
Il posto dei libri, qualche ripiano vuoto dove inventare libri “bibliotecando” i figli e la loro fantasia almeno per una volta, di ritorno da altri libri con la voglia d’averne di propri di eguali e di diversi un giorno.
Il posto dei libri è altare e desco.
Il mio posto dei libri, di scrittrice e di lettrice è realtà e sogno; che nessuno né il tempo e la sua Storia potranno mai mettere in discussione.
Giorgio Arata: “la pietra e le mani”
GIORGIO ARATA: “LA PIETRA E LE MANI”
Ha settant’anni Giorgio per trent’anni ha lavorato come operaio prima e come autotrasportatore poi nel settore ardesiaco, nella sua Valfontanabuona dov’è nato e cresciuto e dove ancora risiede insieme a sua moglie e ai suoi figli.
Quella pietra la conosce bene; l’ha scrutata, sollevata, spostata dalla cava alla lavorazione chissà quante volte!
Quella pietra è “appartenenza” per molta parte di Liguria, per questa in particolare, di certo lo è per lui; ogni gradino conquistato ad “arrampicare” la terra alla potatura o alla raccolta, ancora manuale, dei frutti neri d’assolati e argentei uliveti o a scendere alle colture stagionali è spacco di quella pietra e i terrazzamenti stessi lo sono, a secco come s’usava un tempo e di cui pochi oggi sanno.
Architettura nuda, povera eppure così espressiva, mai affidata al caso, ogni singola pietra a combaciare, vivido color seppia.
Ci vuole un tempo senza tempo, ma puntuale come la vita agreste insegna se la si sa ascoltare; per farne dimora, selciato, ciottolato, abbraccio al fuoco d’inverno sorretto da legno biondo d’olivo nuovamente… o ancora alla panificazione, tempo e numeri a farne arco al cielo, fontanella o vaso di bulbi a fine inverno e tetto alla neve.
Ci vuole pazienza, manualità e talento, Giorgio ne è dotato in abbondanza; ha saputo coltivare le sue doti, sviluppare le sue capacità e l’esperienza appresa, ha voluto osservare il mestiere, come s’usava fare, con il respiro lento di questa gente senza frenesie, perseverando, tentando e ritentando, sbagliando e ricominciando…
Questa la vera chiave di lettura in fondo a soverchiare un presente dove sbagliare non solo non sarebbe lecito bensì inutile, dove la smania di efficientismo s’inciampa poi troppo spesso nelle sue stesse stringhe.
Non bisogna aver paura di sbagliare, è consapevolezza piena dell’ essere viventi.
Mani e pietra, una pietra su l’altra, una mano alla volta e gli scatti a cornice di questo mio racconto non hanno bisogno di sottotitoli.
Giorgio è testimone in carne e spirito di quanto si possa fare con le proprie mani, con ciò che la natura offre ed un poco di calce e in ciò che alla natura meravigliosamente lui sa restituire; con la memoria e la riconoscenza ad essa medesima, con l’eredità preziosa negli occhi vivaci e nelle agili mani della più ancestrale forma d’arte in purezza, mai contraffatta né convertibile da sempre nei secoli: La Bellezza.
La bellezza di questo luogo, di questo tufo d’ardesia e via vai di uomini polverosi e fieri.
Mio zio Giorgio umilmente ne è da sempre silente e abile scultore e comunicatore.
Uomini & Treni (2)
BRUNO BESANA
Un sorriso contagioso dietro i folti baffi chiari, quello di Bruno Besana, sessantaduenne sestrese ex operaio manutentore presso l’azienda Fincantieri di Riva Trigoso. Una vita affacciata sul mare a servizio del mare in fondo nel collettivo lavoro di squadra e messa in opera di sempre più ciclopici scafi della nautica crocieristica o altresì militare. Un lavoro di meccanica pesante, ciò che sin da bambino e ancor più da studente insofferente aveva sempre desiderato e da sempre manifestato nell’armeggiare qualsiasi cosa capitasse alla mano creandone altra magistralmente; come quella volta in cui alla faccia delle leggi ingegneristiche e dell’aerodinamica decise con suo fratello di costruire un deltaplano senza grandi risultati di volo, ma certamente d’ entusiasmo e di applicazione.
Eterno Peter Pan ancora oggi sa cimentarsi con medesimo spirito e guizzo in qualsiasi sfida di mani saldatrici e carpentiere gli si proponga. Dategli una fiamma e lui forgia motori assopiti e ossidate bielle a nuova giovinezza.
“Archimede Pitagorico” così puntualmente amano chiamarlo i suoi compagni d’avventura.
La sua passione più grande però, più ancora dei convogli e certamente più ancora dell’avanzamento tecnologico inevitabile e proprio di tutti i mezzi di trasporto contemporanei, nessuno escluso, resta quella delle locomotive di testa purché ancora spinte da carbone e vapore, resta la medesima del suo iniziatore inglese Richard Trevithick .
Bruno è per eccellenza l’uomo del “vapore” .
Da bambino si recava sovente alla stazione della sua cittadina per vedere transitare la locomotiva 835 da manovra, per osservarne il funzionamento, per imparare, perché in quegli anni ancora, i giovani sapevano fermarsi, aguzzare la vista per apprendere un mestiere, non occorreva molto altro e vi erano debitori.
In una simile occasione di treno a vapore di passaggio Bruno conobbe Mario Striseo che lo introdusse in quello che fu il pionieristico mugolo di volontari dell’attuale Museo dei Trasporti di La Spezia nei suoi distaccamenti filotranviari ed ancora ferroviari di Santo Stefano di Magra dove Bruno smontò per la prima volta una vera locomotiva tentandone il ripristino sebbene tutto ciò sia ad oggi complicato più per una questione di costi elevati di pezzi di ricambio, per altro assai rari da prelevare, che per l’agilità indiscussa di pochi uomini come lui.
In seguito riuscì invece nel completamento della messa in funzione della 740, della Draisina poi, ovvero un quadri – ciclo a motore, utilizzato dalle ferrovie a lungo per lo spegnimento di eventuali incendi ai mezzi e per la manutenzione dei binari.
Riparata anche la bella e ultracentenaria Locomotiva a vapore Krauss.
Bruno intanto sogna instancabile il suo personalissimo “trattore a vapore” e nel mentre si adopera con la “famiglia” del Museo e nella propria personale officina di casa alla sua creazione, nel contempo assembla con aria sorniona e tra una barzelletta e l’altra una graticola saldata con bacchetti di acciaio, alla quale non manca di ricordarci si dovrà provvedere al “prossimo giro” con carni o pesce a piacimento per rifocillare convivialmente in allegria uomini e di conseguenza treni..
Uomini & treni
MARIO DUSNASI
Al Museo dei Trasporti di La Spezia, accoglienza e passione sono parole d’ordine e traspaiono all’istante agli occhi di chi i sabati vi si reca in visita o in occasione di un Porte Aperte.
Si potrebbe pensare quel nugolo di uomini d’ogni età al lavoro, sia alle dipendenze delle ferrovie o lo sia stato.
In verità la maggior parte di essi proviene da luoghi e realtà spesso lontanissime e senza alcuna retribuzione, per pura riverenza a quelle “magnifiche lamiere” e alla loro storia, percorre settimanalmente chilometri per adoperare i propri talenti al loro ripristino e mantenimento.
Mario Dusnasi è uno di essi, esemplare se ne si considera per altro l’età quantomeno d’ufficio anagrafe di ben 80 anni tondi tondi a non sentirli…; tra i primissimi fondatori e fautori di questa bella avventura in scala reale e non soltanto.
Il Museo è fornito di sale interne a ripercorrere la storia delle ferrovie italiane, ad ospitare strumentazione, vestiario e materiale di rara frequentazione oltreché di un deposito locomotive a vapore e binari a cielo aperto con mezzi e carrozze di datazione varia.
Ad Urbe, ad esempio, nell’entroterra ligure ponentino, tra Genova e Savona, Mario ha costruito una ferrovia da giardino, alla stregua di quelle tipicamente inglesi.
In Inghilterra e nell’intero stato britannico si pratica ancora e diffusamente questo tipo di ferromodellismo.
Mi si dice che Mario abbia riprodotto carrozza a misura di bambino per i suoi nipotini e i loro piccoli amici.
Mario è un ex rappresentante farmaceutico con l’evidente propensione alla meccanica.
L’Officina di casa Dusnasi, mi racconta con occhi lucidi e orgoglio, Marco Icardi, Responsabile del Museo, non ha nulla a che invidiare a quelle istituzionali, a insigniti musei a tema; è fornita di strumentazione d’epoca invidiabile eppure mai archiviata, tantomeno polverosa, che ripone dopo l’uso frequente, con cura tale al pari di preziosi da caveu, impeccabile, linda e ordinata.
Mario con risparmi e pensione, ha acquistato negli anni locomotive vere, la tedesca diesel Koff ad esempio; restaurandole funzionanti e donandole al Museo.
Ancora ed instancabile lo si può vedere pressoché ogni sabato al lavoro, nella sua inseparabile tuta blu, riservato e prodigo d’energia a vendere e di sorrisi sotto le lenti dei suoi occhiali da vista ad aprirsi amorevoli a chiunque gli si avvicini e gli domandi di uomini e di treni.
Helena Molinari
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